[…] Di tutt’altro segno l’interessante lavoro Vorrei morire non so come fare di e con Roberto Scappin e Paola Vannoni (compagnia quotidianacom) presentato anch’esso in prima nazionale al Teatro Vittoria.
Siamo qui in un’astrazione linguistica e scenica sulfurea, concava, lineare, persino geometrica, che alleggerisce le battute, allunga i silenzi, rende simmetrici i piccoli movimenti concessi ai due personaggi in gioco: un Lui, Tira, e una Lei, Molla, seduti ai lati di un tavolo che parlano del più e del meno sbriciolando, in questo dire all’apparenza sghembo e surreale, riflessioni enormi sull’amore, la malattia, la morte. Il tutto viene poi controbilanciato da continue inversioni ironiche e refrain pacati, atti a creare una circolarità espressiva assimilabile, per alcuni versi e con le dovute differenze, alla scrittura di Beckett, Ionesco o del nostro Spiro Scimone.
Dentro il tempo lento di questa storia a due, iniziata con un concerto di Vasco e una dichiarazione lapidaria – “Molla, c’è un problema: mi piaci”, dice l’uomo – e proseguita con il matrimonio, la diagnosi di sclerosi per la donna – “quella bastarda la chiamavamo”, confessa lei – la cura e l’approdo estremo alla più dure delle decisioni, vi è una desolazione estrema e, insieme, un’estrema leggerezza. I due interpreti martellano all’unisono il tavolo con le dita, stanno seduti, si alzano solo due o tre volte per scambiarsi di posto, recitano quasi sussurrando (soprattutto Paola Vannoni) eppure, nell’esile disegno della loro presenza scenica, sanno mordere con incisività e intelligenza le contraddizioni più cocenti della vita, nel tentativo – forse – di coglierne il senso, anche laddove essa un senso proprio non ce l’ha.
Si tratta, in definitiva, di uno spettacolo sorretto da un’originale capacità di rielaborazione del reale e da una spiccata sensibilità espressiva. Già lo studio scenico preliminare a questo allestimento mostrava in nuce indubbie potenzialità teatrali, tanto da vincere il Premio Tuttoteatro.com “Dante Cappelletti” 2025 con la seguente motivazione: “Per la qualità della scrittura scenica, sempre tesa a rovesciare le attese e ad aprire prospettive inedite, per l’acuminato trattamento di una tematica, quella della malattia e della morte, che ci coinvolge tutti, sviluppata con algida, nichilistica potenza”. […]
Laura Novelli, paneacquaculture.net, 5 giugno 2026, Festival Primavera dei Teatri
[…] In questi giorni mi è difficile pensare alla morte con la distanza critica che servirebbe a questo articolo. Mi viene incontro troppo da vicino, senza il pudore delle parole che ti aspetti. Forse per questo Vorrei morire non so come fare appare ai miei occhi uno spettacolo su ciò che resta intorno alla morte, un lavoro sul tempo: quello che proviamo a occupare, a trattenere, a perdere, a riempire di parole prima del silenzio.
Tira e Molla parlano. Parlano senza sosta. Parlano della morte, del suicidio assistito, della malattia, dei genitori che invecchiano, delle sorelle che feriscono, dei direttori che si offendono, dei figli stupidi, dei grassi idrogenati, dei moscerini della frutta, di Helsinki e di Hanoi, dei Kit Kat, dei cappelli da cowboy, di Shakespeare e di una tazzina di tè rovesciata durante un suicidio immaginario.
Parlano di tutto, parlano sempre della stessa cosa. Samuel Beckett aleggia sullo spettacolo come un parente lontano. Non una citazione, piuttosto una parentela di sguardo. Come un vecchio genitore chiuso in un bidone che osserva la scena da lontano. Come in Giorni felici o in Finale di partita, anche qui i personaggi sembrano abitare un tempo sospeso, una terra di mezzo in cui il problema non è morire, ma continuare a vivere. La morte non entra mai davvero in scena perché è già lì: domestica. Seduta al tavolo con la sua pastina in brodo. Invisibile e paziente. Aspetta che le parole si consumino.
Ma le parole non si consumano. Girano attorno alle cose come un cucchiaio nelle mani di chi non riesce più a mangiare.
Deviano. Proliferano. Si aggrappano ai dettagli più insignificanti. Racconti, dati, slogan, confessioni, invettive, testimonianze. Procedono per associazioni, ritorni, cortocircuiti. Si costruiscono mentre si smontano. Trovano il proprio ordine nell’apparente dispersione.
Eppure non c’è nulla di casuale. La regia lavora con la precisione maniacale del buon musicista. I battiti delle mani, i colpi di gomito, le sospensioni, i silenzi, le ripetizioni, i piccoli movimenti del corpo costruiscono una partitura rigorosa dentro la quale il flusso verbale può scorrere liberamente. Il vero spettacolo sembra accadere nello spazio infinitesimale che separa una battuta dalla successiva, la vita dalla morte.
Anche in questa piccola cronaca dovrebbe accadere qualcosa. Ma cosa? Come cambia direzione un pensiero? In quale istante l’inquietudine diventa sorriso e il sorriso torna a essere inquietudine?
Vorrei morire non so come fare è uno spettacolo profondamente comico, di quella comicità che non alleggerisce il dolore ma lo rivela. Come in Beckett, il riso non nasce malgrado la sofferenza: nasce dalla sofferenza stessa. Cosa c’è di più comico del dolore umano, si chiede Nell nel bel mezzo del suo gioco al massacro con Nagg.
La morte viene avvicinata attraverso il paradosso, il gioco, l’assurdo. Non viene mai monumentalizzata. Non diventa materia sacra. Viene riportata continuamente a misura d’uomo. Una misura fragile, buffa, contraddittoria. Forse per questo i momenti più potenti non sono sempre quelli che affrontano direttamente il fine vita, pure centrali e necessari, ma quelli in cui la riflessione filosofica si nasconde dentro dettagli apparentemente insignificanti: un cappello che non si riesce a sventolare, un chiodo piantato in due anni. Una ninna nanna. Un Kit Kat.
Piccole cose che assumono una densità inattesa. Come se la vita, prima di essere una questione metafisica, fosse soprattutto una collezione di gesti minimi. Gli stessi gesti a cui ci riduce il Parkinson, la SLA. Il dolore non è un argomento, ma un corpo.
Alla fine rimangono corpi. Persone. Scelte. Rimangono domande. Le domande, a un certo punto, si trasformano in Da-da-um-pa. Il balletto reso celebre dalle gemelle Kessler nel 1961 ritorna come un controcanto inatteso. Leggero, televisivo, quasi frivolo. E proprio per questo perturbante. Sembra accompagnare un rito funebre senza volerlo dichiarare. Una danza macabra sorridente. Come se il teatro, davanti all’inevitabile, non potesse fare altro che continuare a ballare proprio nell’anticamera del nulla.
Alla fine resta la sensazione di avere assistito a una lunga conversazione sul bordo di un precipizio. Non disperata. Non consolatoria. Ostinata.
Tira e Molla non sconfiggono la morte. Non potrebbero. Riescono però a fare qualcosa di altrettanto umano: ritardarla attraverso la parola, come Shahrazād che racconta per rinviare l’alba, come i giovani del Decameron che parlano per tenere lontana la peste.
Un minuto ancora.
Una battuta ancora.
Da-da-um-pa. […]
Francesco Gallo, 2 giugno 2026, permarecontromano.it, Festival Primavera dei Teatri
[…] Roberto Scappin e Paola Vannoni (compagnia Quotidianacom) sono Tira e Molla, una coppia in qualche modo messa a dura prova dalla vita. Però la tragedia dell’esistenza per loro è come un po’ di forfora sulle spalle, cercano di liberarsene con nonchalance, anche se in realtà non sanno come comportarsi.
Vorrei morire ma non so come fare affronta un tema cruciale come la volontarietà del fine vita (o eutanasia) ma lo fa con la lievità del teatro dell’assurdo, penso a Jonesco.
La drammaturgia di Scappin e Vannoni sembra carta velina al vento ma è solida quanto un palazzo del ‘500 ed è scandita da un ritmo gestuale perfettamente congegnato. Scava nel profondo quasi con indifferenza, ma non c’è indifferenza in chi riesce a vedere il cuore del problema, chi non nasconde dietro eufemismi il nodo di una questione che il senso comune non vuol neppure sentir nominare.
Ed è il migliore modo di intendere un teatro civile, che non fa prediche o comizi, ma innesca ragionamenti partendo da semplici (ma neanche tanto) osservazioni. L’efficacia della drammaturgia sta anche nel poco su cui si sorregge, un tavolo, due sedie, un teschio (di Yorick o di Jannik?), un libro e un cappello da cow-boy (con evocazione della scena finale del “Dottor Stranamore”) e nel registro comico-surreale della recitazione.
Significativo il fatto che lo spettacolo sia approdato a due festival lontani geograficamente ma vicini per sensibilità: Primavera dei Teatri di Castrovillari e AstiTeatro. […]
Carlo Francesco Conti, 12 giugno 2026, AstiTeatro Festival
Gigi Giacobbe, sipario.it, 5 Luglio 2026, Festival Primavera dei Teatri