Opere di omissione

Quotidiana.com e la mafia. Omissione spettacolare

Un tavolo, due sedie e zero microfoni per l’ultimo lavoro dei Quotidiana.com. «Facciamo una simulazione. Bisogna parlare di mafie nei modi e nelle giuste forme.» Una volta dichiarata ed esplicitata più volte la natura fittizia, straniata, teatrale della situazione, Opere di Omissione muove su una ricerca essenziale fatta di pochissime variazioni, il cui fulcro è un’estrema concentrazione che ripercorra una traccia di alcuni capitoli della nostra “storia occultata”. Lo spettacolo, premiato in un forma ridotta per TeatroPianeta 2013 nella sezione Legalità e politica, l’abbiamo visto sempre a Siena, ma all’interno del vero e proprio Festival Teatropia.
Ciò che colpisce del lavoro di Roberto Scappin e di Paola Vannoni è nel taglio affilato di sguardo che punta come faro intimidatorio ai fatti, volutamente confusi, sfilacciati, nel tentativo di trovarne un ordine. In una tensione perenne forse acuita dall’assenza del microfono causa problematiche tecniche (il duo fa della ricerca sulla voce una precisa intenzione artistica) il ritmo costante sembrerà una sorta di vortice dal quale è impossibile sganciare lo sguardo, smettere di tendere l’udito. I due, quasi senza muoversi – anzi quei pochi movimenti agìti sembrano quasi superflui – con davanti qualche foglio sparso come a dichiarare di non poter ingannare, di non poter fingere, mettono in atto un processo di ricerca che da zero cerca faticosamente di trovare la strada di una coscienza politica. Le stragi citate – da quelle dei giudici Falcone e Borsellino, a Moro, giusto per citarne un paio – i nomi fatti, le ipotesi di congiura tra Stato e Mafia, sono frasi pronunciate, interrotte, riprese e poi interrotte da capo. Quello che a prima vista potrebbe sembrare una sorta di zapping nozionistico, si conferma invece come un’originale forma poetica, in cui si avverte il netto rifiuto di spettacolarizzare l’oggetto-mafia, ma non per questo rinunciando ad inscriverlo in una dimensione teatrale. Loro stessi riconosceranno la natura frammentaria, problematica, del lavoro, chiosando: «i discorsi si concludono quando si risolvono le cose». Provate a immaginare voi stessi, se vi è mai capitato, a ricostruire un puzzle di cui avete solo pochi e distanti pezzi. Il teatro sussurrato di Quotidiana.com non si serve della finzione naturalistica, la loro è una visione esterna, a posteriori, nella quale l’emotività è un sentimento ricostruito come in laboratorio. Eppure la finzione ritorna, come di rimando: «fammela emotiva, quest’esplosione», con una eco nel nostro orecchio mentale.
Allora l’immagine può esser completata solo dalla nostra capacità di vedere legami, di trovare nessi, ponti tra fenomeni apparentemente sconnessi. L’implicito invito, allora, si traduce nella sensazione di voler metter ordine, completare quell’omissione, tradurre quello spaesamento in una rinnovata coscienza civile.

(Viviana Raciti)
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“Opere di omissione”… di responsabilità

Il palco è spoglio e, leggermente decentrati rispetto al fulcro prospettico che fu del Principe, ci sono un tavolo, con un’accecante abat-jour da film noir e due sedie. Uno scoppio fa tremare il pubblico.
Entrano Roberto Scappin e Paola Vannoni, si siedono, iniziano a dialogare, lui ha un’amplificazione greve e profonda, lei calma e, a tratti, stridula da inquietante bambina. Il testo di Opere di omissione ha la forma dello scambio interpersonale frustrato per varie ragioni: per la maggior parte del tempo le due voci si sovrappongono, le domande e le risposte sono scambievoli, le seconde quasi sempre inconcludenti, paradossali, violentemente rispondenti a quelle che il nostro governo ci fornisce su determinati argomenti scottanti, per non dire vergognosi. La mafia, le responsabilità dell’arma e, soprattutto, il reato di connivenza dello Stato in alcune delle più gravi stragi che ne hanno infangato la storia.
Tutto questo, inframezzato da alcuni interrogativi più banali, di più “ordinaria amministrazione”, tutti incardinati sul tema delle varie declinazioni della menzogna nella contemporaneità – dal volto scultoreo di Sabrina Ferilli, ai manifesti accattivanti delle orchestrine di paese.
Il quid? La sovrapposizione di notizie/nozioni che si contraddicono vicendevolmente, il mancato accesso a determinate informazioni – che Andreotti la sa lunga –, la confusione del cittadino italiano figlio o coetaneo di questi eventi e, in definitiva, l’impossibilità di una versione universalmente veritiera dei fatti.
La conseguenza? L’indolenza del cittadino vittima dell’abuso di potere dello Stato, come indolenti sono la postura e la retorica dei due attori sul palco che di quel cittadino si fanno portavoce.
Dopo un primo giro di domande-risposte senza esiti definitivi, lo spettatore più avvertito inizia a riconoscere una serie di spie che lo aiutano a percorrere il sentiero tracciato dai Quotidiana.com: versi ricorrenti che gli attori fanno per annunciare un determinato argomento, spostamenti nello spazio circoscritto del tavolo con sedie in cui si muovono i due protagonisti, lo spegnimento/accensione dell’abat-jour puntata sul pubblico. Si tratta di piccoli elementi di orientamento che permettono a chi compie l’esperienza della visione di sopravvivere nella selva di informazioni e contro-informazioni enumerate sulla scena, di creare un proprio percorso, riconoscendo eventi, apprendendone di nuovi, valutando il punto di vista esposto dalla compagnia.
L’indolenza, si diceva. Il termine ha certamente un’accezione negativa e viene associato a quelle persone che non prendono posizione, che, temendo di dire o fare la cosa sbagliata, non dicono e non fanno nulla. È ironico: questo spettacolo va in scena proprio in un momento di grande indolenza governativa e, forse inconsapevolmente, forse con cognizione di causa, ne radiografa l’impenitenza.
Si potrebbero fare dei tagli, sfoltire qui e lì il flusso di dati forniti, si potrebbe ottimizzare l’unisono delle voci che, inevitabilmente, tenuto per un’ora e venti, anche se raramente, rischia di sfalsarsi.
Ma non sono questi gli aspetti che contano maggiormente. Ciò che risalta è lo sforzo testimoniale, la consapevole ricerca contenutistica e linguistica della compagnia che si sostanziano in uno spettacolo formalmente semplice ma multistrato e ricco di spunti.
Alla fine, una delle più famose battute del teatro eduardiano punta il dito sugli spettatori che diventano il presepe di Casa Cupiello, nonché gli ultimi, veri, indolenti responsabili che, non meno dello Stato o della mafia, operano omissioni – di colpa, di informazione, di responsabilità.


Visto al Teatro Pubblico di Casalecchio di Reno (Bo)
(Nicoletta Lupia, 6 maggio 2013, Il Tamburo di Kattrin)
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