Matti da piegare

Chi sono i matti? Coloro che sollevano il coperchio del crogiuolo degli inganni e ci liberano per un istante l’aria dai gas narcotici dell’inciviltà del bon ton.

Perché lo fanno? Perché è ovvio per i matti dire ciò che si vede: un fiore, un cane, una testa di cazzo. Chi non è matto descriverebbe le stesse immagini: un fiore di campo, un cane randagio, un uomo distinto. L’inciviltà del bon ton. La manipolazione della realtà attuata con il preciso scopo di fare impazzire i matti.

Che non rinunciano a ribadire che quello lì è proprio una testa di cazzo. Se accettassero di piegarsi al dettato comune ammettendo che quello lì è, in effetti, a conti fatti, un uomo distinto, sarebbero accolti a braccia aperte nella società incivile. I matti sono testardi. Maledettamente ostinati. Parlano senza tenere in alcun conto lo scompiglio che provocano con le loro affermazioni. Non c’è altro modo per farli tacere che emarginarli, deriderli, sottometterli all’empietà di una specie simile alla loro, ma dallo sguardo profondamente alterato e corrotto dalla presunta necessità di compiacere, ungere, assecondare i crimini dell’umanità, che non sono solo quelli eclatanti di cui si commemora il ricordo, ma i tanti crimini quotidiani che impoveriscono, mortificano, trafiggono l’umanità più debole e autentica. Chi vuole sopravvivere nell’inciviltà del bon ton deve guardare solo dove indicano le frecce, dire solo ciò che dicono i giornali, fare solo ciò che fanno i protagonisti degli spot pubblicitari, pensare solo quanto basta per valutare se il verduraio ti sta fregando o no. In questo modo non si corre il rischio di passare per matti.

 

Una volta c’erano gli artisti che graffiavano con adorabile irriverenza i volti artificiali della menzogna, smascherando le derive del potere e l’idiozia di chi dalle promesse di quel potere era catturato. E’ probabile che oggi gli artisti preferiscano sacrificare lo spirito eversivo a qualche vantaggio economico piuttosto che essere ricordati post mortem dopo una vita da poveracci. C’è una certa saggezza in questo. Come dargli torto? Oggi gli artisti hanno assunto altre sembianze, altre maniere, sono intellettuali perfettamente inseriti nel sistema piuttosto che mine destabilizzatrici del senso comune e del comune idiota. Si muovono con destrezza e savoir faire nei salotti radical chic dove non lasciano più orme alla cacca di cane, parlano sottovoce come bigotte stremate alla fine del rosario e sostengono ancora quella imputridita sinistra che ha concesso a Berlusconi di farsiicazzisuoi per vent’anni. Si ritraggono e si indignano di fronte ai sventurati artefici delle sempre più rare forme di agitprop, che emarginano e additano alla stregua, appunto, di matti. Dobbiamo quindi dire addio alle avanguardie eversive e suicide? Se la categoria degli artisti è stata ormai completamente assorbita dall’inciviltà del bon ton, se non vi è più traccia di gruppi in aperta polemica con il potere, probabilmente sì. Se così non fosse, sarebbe impensabile che la deriva sociale e culturale di questa epoca non fosse bestemmiata e sovvertita, anziché digerita, metabolizzata e defecata in ordinata sequenza. Ma se la comunità degli artisti riposa nel limbo incolore e inodore dell’estraniamento a oltranza, chi si incaricherà di rovistare nel pattume del potere e rigettare al mittente i resti amputati dell’infanticidio del nostro futuro? Le casalinghe, gli operai, i disoccupati, gli anziani? Probabilmente tra loro nasceranno le avanguardie del domani. Già oggi, con la loro presenza, le loro parole, i loro sguardi, ci dicono che sono abbastanza matti per farcela.

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